RASTA REVOLUTION: REGGAE PATRIMONIO DELL’UMANITÀ

It’s a rudeboy town, it’s Kingstown town“, canta Alborosie, al secolo Alberto D’Ascolta, maggiore esponente italiano della musica reggae. Kingstown è la capitale dell’isola giamaicana, e patria del genere che ha visto in Bob Marley e Peter Tosh i suoi due più grandi rappresentanti.

E che da oggi, grazie all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, che noi conosciamo come UNESCO, entra a far parte del nostro patrimonio immateriale. A motivare tale scelta, come si legge nel comunicato ufficiale rilasciato dall’organo ONU, è stato il “contributo al dibattito internazionale su ingiustizia, resistenza, amore e umanità”.

Temi che sono fortemente legati al reggae sin dal giorno della sua nascita. Una dichiarazione di amore, di pace e di libertà, nato quando, con la deportazione africana nel continente sudamericano, i canti degli schiavisti si sono fusi con le danze e i ritmi tipici dell’isola giamaicana. Da qui alla sua consacrazione mondiale, questa musica, a cui sono associati i dreadlocks, tipica acconciatura fatta di particolari treccine e il culto del rastafarianesimo, ha attraversato moltissime contaminazioni, andando ad influenzare generi molto distanti come il punk o le danze tipiche latinoamericane.

 

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