C’È DAVVERO BISOGNO DI ODIARE I GRETA VAN FLEET?

Tre fratelli e l’amico di una vita. Un paesino di 5mila abitanti situato nel bel mezzo del Michigan. Degli abiti sgargianti, che ricordano il movimento hippie, delle folte chiome, e uno stile vagamente androgino. No, non siamo nel 1965, e non stiamo organizzando una nuova Woodstock. Siamo nel 2012, quando i fratelli Kiszka decidono di iniziare a strimpellare qualcosa tutti insieme, dando vita ai Greta Van Fleet.

Come ci sono arrivati quattro ragazzini tra i 19 e i 22 anni da questa ambientazione da soap opera americana a diventare uno dei casi più discussi dell’anno? Semplice, riportando alla luce un genere morto e sepolto da tempo: il classic rock. E per evitare il rischio di passare inosservati con un prodotto davvero fuori epoca, hanno pensato bene di prendere in prestito quanto più possibile da uno dei nomi intoccabili del settore: i Led Zeppelin. Si, perché stando ai critici,

i Greta Van Fleet sono i nuovi Led Zeppelin

E questa è la loro gloria e la loro condanna. Essere paragonati a Plant e compagni da un lato ha donato ai quattro ragazzi americani una notorietà repentina, che ricorda vagamente il caso The Strokes dei primi anni 2000 (ahimè finito come tutti sappiamo, con un quasi nulla di fatto), ma dall’altra un peso difficile da sopportare. Il confronto, vuoi per la nostalgia che da sempre caratterizza il rock, non è infatti sostenibile, né per loro né per altri. Gli Zeppelin sono gli Zeppelin: nessun purista del genere sarà mai pronto a riconoscere che nel terzo millennio ci sia qualcuno migliore di loro. E così è stato, tanto che il gruppo è stato fortemente criticato di scimmiottare i pionieri dell’hard rock. 

Ma c’è davvero bisogno di tutto questo odio nei confronti dei Greta Van Fleet? La risposta è no, per due semplicissime ragioni. La prima è che i GVF non hanno mai dichiarato di voler essere i nuovi Led Zeppelin. Hanno semplicemente deciso di tornare a suonare su un palco con quattro strumenti e un amplificatore, in un’epoca dove i re dei live show sono il microfono e l‘autotune. Una presa di posizione che in molti, ormai arresi al dominio incontrastato di trap e indie-pop chiedevano da tempo. L’altra fonte di odio incondizionato che Anthem of the Peaceful Army, primo disco della band, ha suscitato è dovuto proprio al pubblico verso cui questo prodotto era rivolto: i rocker. Figura mitologica che ormai gioca a nascondersi in cameretta piangendo davanti al suo poster sgualcito dei The Clash, il rocker è la più grande incarnazione del nostalgico che non si arrende al futuro. Ci ripetiamo che il rock non morirà mai, ma continuiamo a portarcelo dietro come un cadavere sotto formalina. Per lui nulla sarà mai come Jimi Hendrix, gli Zeppelin, i Queen, o chiunque abbia appeso al muro nel suo angolo sacro. E questo impedirà alla scena musicale di far crescere altri ragazzini di 20 anni che, seppur scopiazzando qua e là dai miti del passato, stanno provando a dare un futuro al rock.

Anni fa in un’intervista agli Alt-J, gruppo alternative-pop inglese, quando vennero paragonati ai nuovi Radiohead, loro risposero con «chi ha bisogno dei nuovi Radiohead quando hai già i Radiohead?».
Ecco, perché con i Greta Van Fleet non potremmo limitarci a questo? A goderci un bellissimo album di classic rock, per nulla innovativo ma sicuramente ben fatto? E a pensare

chi ha bisogno dei nuovi Led Zeppelin quando hai già i Led Zeppelin?

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