“Grazie a tutti! Il tour è finito, e con il tour questa parte di percorso”
Vasco Brondi saluta così, con poche parole affidate ai social, il suo pubblico e il progetto Le Luci della Centrale Elettrica, che con la fine dell’ultimo e attesissimo tour nei teatri, dice addio per sempre alla scena musicale italiana.
#Tenyearschallenge – è la fine del 2009, chi scrive questo blog ha 14 anni, e la spavalderia di qualcuno che ha da poco iniziato il percorso delle scuole superiori.
Una sera a cena conosce questo ragazzo che è il fidanzato di sua cugina più grande. Tipo interessante: vestito in modo vagamente grunge, i capelli lunghi tirati all’indietro, la barba folta, i tatuaggi al braccio. Suona la batteria, produce musica elettronica, e ascolta gruppi di cui nessuno (o forse nessuno che conoscessi) ha mai sentito parlare. Te ne salta all’occhio uno con un nome decisamente bizzarro: Le Luci della Centrale Elettrica. «Che razza di gruppo è questo?» ricordo di aver pensato la prima volta che li ascoltai. «Fanno del cantautorato? Ma si capiscono a malapena i testi, sono davvero troppo complicati». Prima ammonizione. «Non sono un gruppo, è un ragazzo soltanto. Si chiama Vasco Brondi».

Come si combatte l’acne? – È sempre la fine del 2009, e io ormai so che dietro al progetto Le Luci c’è Vasco Brondi, ma ancora non sono convinto dal suo cantautorato moderno, pieno di metafore che parlano dei giovani. C’è qualcuno che inizia a chiamarlo indie. Ma l’indie lo fanno anche in Italia? Solo anni dopo, grazie alla riscoperta di gruppi come Afterhours o Bluvertigo, avrei dato una risposta a quella domanda.
L’anno precedente era uscito il loro (suo) primo album, Canzoni da spiaggia deturpata, e io mi dico «perché non provarci?». Al primo ascolto è indecifrabile, ma mi lascia dentro qualcosa di strano. Sento come un macigno nello stomaco, formato da ansie adolescenziali, parole che non capisco a pieno, ma che dentro me prima o poi capirò. Vasco Brondi mi ha fatto credere in Vasco Brondi, quando non sapevo ancora bene cosa Vasco Brondi volesse dire. Nelle sue canzoni c’era un disincanto che avrei scoperto rivelarsi tipico di quell’età, che passava dai Piromani, dagli amici che vanno a Londra a Fare i camerieri, dalla Gigantesca scritta COOP che un fuori sede qualunque vede dalla finestra di casa sua. Senza saperlo, Le Luci della Centrale Elettrica mi stavano raccontando tutto ciò che avrei vissuto in questi dieci anni che sono passati da quel lontano 2009, da quando, nella mia ingenuità puberale, pensai: «perché dovrei combattere l’acne come fosse una guerra? Che poi, come si combatte l’acne?».
E’ solo un momento di crisi di passaggio – che io e il mondo, stiamo attraversando. E così invece non fu. Dal quel lontano 2008, anno di pubblicazione del suo primo disco, Vasco Brondi e le sue Luci hanno illuminato un nuovo sentiero nel panorama della musica italiana. Hanno dato voce ad uno stile nuovo, fatto di idee giovani e immaginari complessi. Hanno dimostrato all’Italia che anche la generazione X, i ragazzi degli anni zero, hanno un’idea critica che racconta il loro tempo. Cantautorato, indie, paroliberismo: il suo stile è stato vestito con molti nomi differenti. La verità, unica e non opinabile, è che grazie a Le Luci della Centrale Elettrica, a distanza di dieci anni dalla loro nascita, in Italia abbiamo potuto godere di una scena indipendente che ha prodotto ottimi artisti. Penso ai vari Brunori, Contessa (I Cani), Dente, i Ministri, Gomma, Zen Circus, fino a Calcutta, Liberato, Carl Brave. Non tutti sono nati dopo Vasco Brondi, ma tutti sicuramente grazie a lui hanno visto aprirsi un mercato, quello mainstream, che fino a pochi anni prima era loro negato.

E i CCCP non ci sono più – E Le Luci della Centrale Elettrica nemmeno. Dopo sei album in studio e un EP, Vasco Brondi decide di dire addio alla sua creatura. L’impressione generale è che Le Luci della Centrale Elettrica fossero già da alcuni anni fuori dal loro tempo. Il mondo si evolve, e quegli adolescenti degli anni zero ormai sono cresciuti. Al giorno d’oggi, vogliono solo…musica elettronica. Forse hanno smesso di Fare i camerieri a Londra, di ascoltare i Sonic Youth, o di raccontare L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici. I giovani di oggi, quelli degli anni ’10, hanno altri ideali, altri bisogni espressivi. Ed è giusto così: non possiamo avere la pretesa di criticare la loro musica, perché anni fa non sopportavamo chi aveva lo stesso atteggiamento nei confronti della nostra. Ciò che possiamo fare è guardare avanti, portarci dentro il ricordo del nostro passato, e di quando, dieci anni fa, un ragazzo più grande e vestito più strano di me, mi fece scoprire un nuovo modo di raccontare l’adolescenza.
E nel mentre, potremmo guardare spegnersi, per l’ultima volta, Le Luci della Centrale Elettrica.
