“Albarn è un Dio regà“. Non ve lo dico io, ma il buon Luca Covino, amico e collega.
Come dargli torto? I Blur, i Gorillaz, progetti da solista, e un secondo insperato album con alcuni amici di vecchia data.
Ora, prendete Damon Albarn, e mettetegli a disposizione per una jam session un po’ di Clash (Paul Simonon, il basso più famoso del punk), un pizzico di Verve (Simong Tong, chitarra e tastiere), e il batterista afrobeat più famoso di sempre (Tony Allen). Fatto? Fatto! Ora unite queste quattro Tartarughe Ninja del brit e datele in mano al Maestro Splinter più lungimirante della piazza, Tony Visconti, storico produttore e amico del compianto – ma mai abbastanza – David Bowie. Mescolate bene e avrete dato vita al secondo lavoro in studio di uno dei progetti più interessanti del terzo millennio.
I The Good, the Bad & the Queen (che in realtà un nome ufficiale non ce l’hanno) decidono di tornare a donare qualcosa al grande pubblico undici anni dopo averlo fatto per l’ultima volta, e lo fanno con Merrie Land. All’epoca li abbiamo lasciati con la promessa che non sarebbero mai più tornati. Cosa ha spinto allora Albarn e compagni di merende a scendere di nuovo in campo?

Il disco, composto da 11 tracce per quasi 40 minuti di sofisticato ascolto, rivela ancora prima di essere aperto qual è il leitmotiv che ha rimesso insieme tutti questi pezzettini sparsi di Union Jack: la loro patria natale, la loro Merrie Land, è in pericolo, minacciata dalla Brexit. Ed ecco allora che la voce più eminente della generazione dei ’90 inglesi riprende la penna in mano. Lasciate da parte le ispirazioni a stelle e strisce che hanno caratterizzato il suo ultimo lavoro – The Now Now (sotto la firma Gorillaz) – riparte dalla sua patria natale. Il suo intento? Darci un fedele racconto di come gli inglesi stanno vivendo questo momento cruciale della loro storia. Badate bene: Merrie Land non parla di Londra, della metropoli, della City. L’immagine che questo album ci dona parte dal sole (che poi ci vuole coraggio a chiamarlo sole) delle campagne dell’Essex, dalle fabbriche dello Yorkshire, dal whisky che gocciola dal bancone di un pub nel più piccolo dei paesini.
If you’re leaving, can you please say goodbye
Non è un ragazzino sedicenne che sta messaggiando con la sua (quasi ex) ragazza. È Damon Albarn che apre così il primo singolo del disco, che dà anche il titolo all’album. Da qui partono una serie di riflessioni sulla storia e la cultura del suo paese, diviso da un leave (rivolto all’Europa) che viene ripetuto più e più volte all’interno dei testi. Quaranta minuti di folk delicato, cantautorale, che l’ex Blur ha forse preso in prestito da Lou Reed, vista la loro collaborazione ai tempi di Some Kind Of Nature, Plastic Beach. Una batteria che detta saggiamente i tempi, un Paul Simonon davvero ispirato in dei giri di basso che donano un’atmosfera decisamente cupa, una chitarra a tratti debole a tratti energica, e una voce che migliora con il passare degli anni.
If you’re leaving me, it’s really sad
Il triste ragazzino ritorna nell’ultima traccia dell’album, Poison Tree (il titolo è preso in prestito da una poesia di William Blake). Si è ormai rassegnato al fatto che la sua bellissima ex non c’è più, e si coccola nel suo dolore ripensando a quanto di bello tra di loro ci sia stato in passato. Ma prende in mano il coraggio, decidendo che questo è il momento giusto per infrangere una promessa fatta undici anni prima, per raccontare al mondo, con una delicatezza artistica degna di pochi, la loro bellissima (e infinita) storia d’amore.
